LA STORIA

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“Mandrione è prima di tutto un nome. Praticamente nessuno a Roma che non sia un archeologo o un carrozziere o un pappa o un impiegato della Banca d’ Italia ha una percezione chiara di questo luogo, ma il nome sì, il nome produce una strana eco e uno si ricorda di esserci stato, magari una notte, in un tour avventuroso… I falò delle prostitute, le grandi sagome buie degli acquedotti che si accavallano l’uno sull’ altro, i treni che ti sfrecciano sotto i piedi… Pasolini, il cinema… gli zingari…”.

Eraldo Albinati, Repubblica ottobre 2001 “Nella città tra elegia e parodia Mandrione, come una vertigine”.

Passando sotto un fornice di via del Mandrione si arriva a via della Marrana, dove al civico 94 sorge il mulino, costruito agli inizi del Novecento dalla famiglia Natalini, incastonato a ridosso dell’acquedotto, alimentato da quello che era il canale dell’Acqua Mariana, poi diventato in dialetto “Marrana”.

Dagli anni 90 il mulino dismesso ospita studi di artisti, architetti e agenzie creative, che hanno scelto come sede questo luogo della città sospeso tra il vernacolare artigianale Mandrione e il borghese quartiere Banca d’Italia di Villa Lais.
Severo e discreto all’apparenza, il mulino cela un contenuto creativo e pulsante, uno degli spazi più interessanti della scena produttiva romana legata all’arte applicata nelle sue diverse declinazioni: arti grafiche digitali e non, produzioni audio visuali, arti plastiche, architettura.